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Ago
11
2016
-

Pensiero , non mio ma ascoltato

Riempiono le loro vite vuote partecipando ad assurde campagne moraliste giusto per fingere di contare qualcosa in mezzo alla massa.

 

 

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Ago
09
2016
-
Lug
30
2016
-

Immobiliare punto e basta- Autore;Marco Rossi

Per la versione in pdf clicca qui ; Immobiliare punto e basta

Prefazione

Mi è sempre piaciuta la fotografia. Trovo rappresenti bene la peculiarità della condizione umana. La percezione della realtà, che cambia spostando semplicemente il punto di vista. Una realtà oggettiva somma della realtà percepita dei chiamati alla stessa esperienza e, che per convenzione, ne condividono i contorni.

Amavo la filosofia al liceo, e chi ce la insegnava. Giovane, intelligente, bella, con una gran voglia di uscire dagli schemi, senza sovrastrutture e con un gran desiderio di condividere la sua grande passione. Eravamo tutti, innamorati. Da li il passaggio alle letture di psicologia fu un salto, senza pensare, in più il miraggio di poter manipolare gli altri, attraverso la conoscenza dei meandri della mente umana e le leggi che la governano, pensavo . In quegli anni vendere era soprattutto il mezzo, più che l’obbiettivo e la conoscenza delle mappe decisionali degli individui, i criteri di scelta, sembravano per molti la risposta. Infine, in un crescendo quasi morboso, le letture sulle tecniche ipnotiche, il marketing.

La fotografia continua a stupirmi.

Particolari inediti persino all’autore vengono colti da improbabili osservatori, autentici insospettabili, che arricchiscono il rappresentato con significati e suggestioni proprie.

Questi brevi capitoli sono fotografie, nulla di più.

Le velleità sono da ricercare altrove, perché almeno nelle intenzioni, non risultano . Foto, sono solamente foto, di un agente immobiliare, un uomo.

Io le ho scattate prima di tutto per me, la mia famiglia, per il piacere di guardarle insieme, per i miei amici.

E se non ci conosciamo ancora, o ci conosciamo appena, spero che sfogliandole, lo diventeremo presto, amici

Auguri e buona lettura!

Marco

1.Il Treno

Partono e arrivano di continuo in ogni stazione, a volte viaggiano vuoti.

Sopra, le persone, mondi alla scoperta di altri, e insieme dell’universo.

A volte, dopo viaggi di ore, alzi gli occhi, uno scambio di parole, le conosci.

Altre volte invece, la lettura, i pensieri, quello che farai, quello che dirai una volta a destinazione, tra un mese, un anno, mai. Ogni treno può essere quello giusto. Forse, dipende tutto da Te, forse no. Il come, la differenza?

2. Il passato, il come

A. da piccola era stata educata a prestare grande attenzione al modo di stare a tavola. Il suo papà infatti l’aveva ereditata dal nonno, cuoco a casa di nobili . Vuole il caso che essendo il padre di modeste condizioni familiari traesse dalle rare occasioni in cui il nonno si concedeva ospite ai parenti, tutta l’educazione della tavola e solo quella ahimè, lasciando poi alla strada l’ingrato compito per ciò che atteneva il resto. In breve, quei rari concentrati, avevano un che di autorevole, solenne, il fascino di una messa cantata, unica eredità insieme a pochi armenti da cucina della nobile famiglia. A. prima ancora di fare la spesa, si preoccupava di come preparare la tavola e, quando riceveva ospiti, cominciava l’oramai consumato cerimoniale già dalle prime ore del mattino . La tovaglia, le decorazioni, i piatti, i calici, i candelabri fino all’ultimo particolare senza dimenticare nulla, mirando e rimirando il tutto, passando e ripassando, cercando ogni volta di migliorare un qualche dettaglio. A tavola poi, seguiva i figli come una suora di refettorio, riprendendoli continuamente e sbirciando di tanto in tanto anche il marito con occhiate piene di disappunto.

Poco importava che si consumasse un pasto veloce o il pranzo della domenica. Ciò che contava era il solo modo, l’uso corretto delle posate, i movimenti, il silenzio, poco importava la costrizione fisica e psicologica che si respirava, il come aveva la meglio su tutto il resto.

Il come, da solo può fare la differenza? O c’è dell’altro?

3. La box, che passione!

Negli anni novanta mi appassionai alla box grazie anche al proliferare delle emittenti private. A volte una semplice rissa, a volte una partita a scacchi. All’inizio preferivo la spettacolarità delle risse, poi mi appassionai anche al resto. Qualcuno provava il colpo risolutivo al primo round ed aveva fortuna, un altro aspettava l’ultima ripresa, un altro ancora vinceva ai punti amministrandosi meticolosamente. A volte le energie impiegate al primo round per provare a buttare giù l’avversario rendevano il temerario più stanco, più vulnerabile. A volte chi aveva tentato il colpo al primo round cadeva vittima dell’attacco dell’avversario al round successivo, era stanco pensavo o forse aveva provocato una reazione nell’avversario. A volte a bordo ring gridavano: E ora! Buttalo giù! A volte invece: usa il jeb, lavora di gambe, non lo fare avvicinare! Ogni incontro sembrava uguale all’altro ma gli appassionati, gli addetti ai lavori sapevano che era vero il contrario. Chi alla fine rimaneva in piedi o più semplicemente vinceva ai punti aveva dalla sua un mix di elementi che aveva messo in campo al momento giusto e nel modo giusto: FORZA, INTELLIGENZA, RESISTENZA, STRATEGIA, CAPACITA’ DI SAPER INTERPRETARE L’AVVERSARIO, L’INCONTRO, UN MANAGER CHE DALL’ANGOLO HA LA VISIONE DEL TUTTO E CHE VEDE COSE CHE TU IN QUEL MOMENTO NON VEDI SOLO PERCHE’ TU SEI LI’ E NON PUOI ESSERE ALTROVE, NON VUOI, NON RIESCI. Un mix di ingredienti da usare con attenzione rispondendo sempre alla domanda: – qual è la cosa migliore per me in questo momento? Coniugando il tutto con la strategia iniziale e all’occorrenza cambiare anche quella, essere pronti a farlo, averne un’altra e se serve un’altra ancora. Unico obbiettivo: vincere, restare in piedi, evitare il peggio. Mai forzare? Perché no? Se serve, se è utile e se non ci si rivolta contro.

4. Gli ingredienti, la giusta combinazione al momento giusto – Spaghetti aglio ,olio e peperoncino risottati.

La cucina, che passione! Da piccolo la vedevo una cosa da donne, che un tempo perlopiù non leggevano i libri di cucina, per cultura, per abitudine, e si limitavano a fare in cucina quello che era stato loro insegnato dalle mamme, le zie, le donne della famiglia. Poi alcuni anni fa cambio idea, inizio titubante, e subito salgo in cattedra anch’io a dispensar consigli e ricette rivisitate! Una di queste: spaghetti aglio, olio e peperoncino…risottati. Eccola!

Far bollire in una pentola acqua salata per il giusto, con prezzemolo fresco, un mazzetto. Preparare nel frattempo olio extravergine di oliva in un padellino un cucchiaio a testa, aggiungere aglio tagliato sottile come a farne patatine per bambini e del peperoncino fresco perché non picchi troppo, ne troppo poco, eh sì lo dovete conoscere e non per sentito dire, ah sì il peperoncino tagliato alla tavoletta come a farne degli anellini. Accendere il padellino a fuoco lento, anzi colla fiamma che quasi non si vede. Quando l’acqua bolle diventata verde per via del prezzemolo toglierlo via e buttare la pasta, spaghetti di grano duro trafilati al bronzo in 80 grammi ciascuna forchetta. Quando l’aglio sembra diventare d’oro antico se la pasta tarda spegnere e far fare a l’olio caldo di suo, un po’ d’aglio però toglierlo e metterlo da parte, servirà tra poco. Quando la pasta arriva che mancano due o tre minuti scolare conservando un paio di mestoli e finire la cottura nel padellino dell’olio aggiungendo uno o all’occorrenza due di quei mestoli rimasti a guardare. Quando la cottura sarà completata olio e acqua avranno fatto amicizia per bene ed entrambi avranno avuto di che scambiarsi. Servire in piatto piano a ciascuno il suo aggiungendo prezzemolo fresco triturato e un po’ di quell’aglio che tolto in precedenza non vedrà l’ora di riunirsi al gruppo. Buon appetito!

Eh sì, non c’è che dire un piatto semplice ma ogni volta con sfumature diverse a esser gentili per non dire che a volte troppo sale nell’acqua, il peperoncino troppo o troppo poco, il prezzemolo che non sa di nulla, l’aglio che lo perdo senza possibilità di riportarlo in vita e così via. A volte ce la metto tutta e sbaglio, a volte non presto poi tanta attenzione et voilà, perfetto! Sembra ci sia solo un modo di farli bene! Quello e basta! Un compromesso, è possibile?

5. Il compromesso – la minestra riscaldata

Vado spesso a mangiare da R che ha una tavola calda qui vicino, il cibo è mediocre, è c’è un odore di cucinato che ti insegue e che sembra non mollarti mai. L’ambiente però è frequentato dagli impiegati ed operai del quartiere, quando si dice il desiderio di stare in mezzo agli altri, lei è molto brava nei rapporti umani, in questo periodo però i frequentatori si sono molto ridotti, sono perlopiù in vacanza o nelle altre tavole calde che hanno lo spazio esterno, all’aperto, qualcuno pasteggia a gelato e così via. D’inverno però è piacevole, c’è un bel calduccio intriso di odori di polpettone e pasta al sugo, a volte lo stesso del polpettone. Spendo poco.

Basta cambiare una variabile e il risultato con essa, l’acqua calda. Quando la forza dell’abitudine.

6.Buona domenica

Suonano le campane, è già ora … no che dico!? Manca un quarto d’ora! Dopo tanti anni le confondo ancora. L’orologio dov’è? Ah sì, l’ho lasciato in salone. Per la predica c’è tempo.

Chissà il messaggio di oggi!

Faccio in tempo a fare la barba, – un altro rito – penso, prendo la vaschetta del sapone, il profumo dell’aloe mi rassicura, ogni mattino.

Uso l’acqua velva, mi fa sentire meglio, a mio agio, mi aiuta a pensare, spot, pubblicità.

Torno alle origini di quel rito, a quando tutto ebbe inizio, lo spettacolo del paesaggio che si apriva ai miei occhi dal bagno della casa in montagna, la vallata, i boschi e in mezzo all’aria buona il profumo del sapone da barba.

Adesso uso un bilama, che verrà riciclato forse, l’acqua finisce sempre al mare, questo aggeggio di plastica, dopo una più o meno breve permanenza nella campana sotto casa … verrà riciclato. Già mi sembra di vederlo, chiamato a nuova vita… alla peggio in qualche campo rom!

Il monolama non lo uso più! Non c’è più tempo … e poi ho perso la mano. I primi giorni di servizio militare volevo riporlo alla svelta, per via del tempo che mi faceva perdere – pensavo – ma dovetti ricredermi. Quel rasoio infatti mi portò il rispetto di quanti in bagno al mattino mi osservavano incuriositi, anche di quelli più fastidiosi e aggressivi.

Molti dei loro padri, emigrati, operai, gente di fabbrica o semplicemente “minchia lo sai”, come li chiamava il caporale Masini, emigrati di prima generazione, avevano trasferito il rispetto della loro terra di origine ai loro figli e con esso i suoi simboli naturalmente…

Nella vita… non si può mai sapere!

Ho cominciato presto ad usare pennello e rasoio. Il rasoio elettrico mi irrita.

A diciotto anni dicevo che gli uomini si dividono tra chi usa il rasoio elettrico e chi invece il rasoio e basta. Ai primi praticità e capacità di adattamento, ai secondi la prerogativa di distinguersi sempre, anche per le più piccole cose. Ora non lo dico più, lo penso.

Cacchio! Di nuovo le campane! Questa volta è proprio l’ultima. E’ meglio andare. Ancora un po’ d’acqua velva, mi rassicura.

Arrivo in chiesa trafelato, siamo già al gloria, le facce muffe mi guardano a rimprovero come interrotte. Faccio il segno della croce, mi perdonano. Scorro velocemente i soliti noti, tra questi qualche volto nuovo, molte defezioni. Il mio banco è mezzo vuoto, mi sento subito meglio. Poi torno sulle facce muffe , mi sforzo, faccio di tutto per farmele piacere, sono fratelli – penso – consapevole che quello che provo verso alcuni di loro non ha molto di cristiano, neanche un po’.

Riconciliarsi con i fratelli, con se stessi, chi siamo noi per giudicare? Alcuni di loro li conosco bene però, da anni, altri, sconosciuti, mi sembra di conoscerli ugualmente da una vita.

I miei figli mi guardano per un momento. La femmina con lo sguardo di rimbrotto della madre come dire:

  • Papà!? Ti vedo, falla finita.

  • Amen, la messa è finita, andate in pace.

  • Rendiamo grazie a Dio.

  • Buona domenica a tutti.

  • Buona domenica.

Driblo le mani che lascio alla mia signora, sguscio verso l’uscita sulla scala laterale e lì, sgancio 20 centesimi allo zingaro che mi guarda con la faccia da putto.

Col cuore giusto di messa a punto, provo a dire qualcosa, a trovare le parole, la faccia giusta.

Gli squilla il telefono, sarà per un’altra volta. Incrocio una vecchia che dribla anche lei il balzello impegnato in altra conversazione e che anche per questo mi sorride col capo.

  • Ah sì, buona domenica!

  • Si,si, buona domenica!

7.La vacanza

Ma che avrà voluto dire? Non bisogna cercare… sarà lui a cercare noi, il Signore, detto con quell’enfasi poi.

8. La fantasia

Ci penso mentre vado al centro commerciale.

Perché no!? Meglio l’automobile. La femmina comincia a crescere – penso – e tra compiti e altri impegni mi lascia un po’ di tempo anche per me. Poi è arrivato il momento di prendere un po’ di stracci.

O più veloce o più lento. La teoria è semplice, la pratica è quasi divertente. Se guidi più velocemente o più piano degli altri automobilisti poco cambia.

In entrambi i casi riesci a creare un certo distacco con chi ti segue a vista. Una sorta di teoria del caos del pedinamento. Se le auto intorno a te sono un insieme ordinato e tu te ne dissoci sarai facilmente individuabile, ma costringi alla stessa sorte anche l’eventuale pedinatore a vista. A quel punto, il tuo mezzo, il telefono, una cimice rimangono per loro i soli riferimenti.

Hai creato un vuoto visivo. Se sei bravo, hai fantasia, spirito di organizzazione, puoi prenderti una vacanza costringendoli a cercarti di persona, come avrebbero fatto nel secolo scorso. Quanto dura la vacanza può dipendere solo da te. Oggi non ce n’è bisogno, è solo per mantenere coerenza. Uno importante dunque, staremo a vedere.

La strada che scorre ai lati è un invito alla riflessione, guidare piano fa viaggiare il cervello, per compensazione, forse. Sta di fatto che il buon Dio ha ripreso Benevolo a mandarmi dei messaggi di speranza, Diciamo così…

9. Il fascista, il comunista, il democristiano, il nulla.

L’importanza della scelta. Essere dalla parte giusta, per se stessi, la propria famiglia, il paese, la Patria.

Quando l’ho conosciuto sono rimasto stupito. Non ne aveva l’aria, sembrava tutto, fascista no, più democristiano o forse repubblicano, liberale comunque.

Curioso gliene chiesi le ragioni, mi parlava di valori, di Patria, di onestà, di lealtà, di quanto fosse orribile il comunismo, poi del fatto che in quel periodo lo erano tutti, amici, parenti, i vicini di casa…

C. invece non ne aveva mai fatto un segreto, lo sapeva tutto il quartiere. Comunista di sinistra da sempre. Mi parlava di valori, di Patria, di onestà, di lealtà, di quanto fosse stato orribile il fascismo, poi del fatto che in quel periodo, dopo la fine della guerra, lo erano tutti, amici, parenti, i vicini di casa…tranne i preti.

G invece era moderato anche nella professione della fede politica,come nella vita, in famiglia, con gli amici, con il prossimo. Eh si, lui da sempre – sosteneva – era un democristiano, meglio, coniugava i valori del suo credo intimo e profondo con quelli del vivere sociale ed in relazione con gli altri, nella famiglia, nel lavoro, nella vita. Al consueto pungolo di curiosità rispondeva e parlava di valori, di Patria, di onestà, di lealtà, di quanto fosse stato orribile il fascismo, degli obbrobri del comunismo dall’ideologia nefanda, delle lotte contro il divorzio, l’aborto, dell’impegno giovanile nei gruppi cattolici, del fatto che lo fossero tutti, amici, parenti, i vicini di casa…quanto ai preti, manco a chiederlo.

E per decenni, giù a rimbalzarsi responsabilità, l’uno con l’altro, l’uno contro l’altro.

Poi… il nulla. Senza responsabilità, senza definizione, nulla da dichiarare, il nulla!

10. La famiglia

Prendi tutti i ricordi belli della Tua vita, di quando eri bambino e fanne una cornice, dentro metti la foto che meglio ti rappresenta e guarda.

Cosa vedi? Quella, la famiglia. Spesso la famiglia finisce per rivestire un ruolo marginale, almeno come credenza diffusa. Investire nella famiglia per lavorare bene. Apparentemente antitetici, se è al tempo che pensiamo. Un tempo agenda, dove più appuntamenti più produttività, danaro. L’organizzazione del tempo, ma il tempo possiamo organizzarlo? O forse col senno dei “corsisti” pensiamo al tempo contenitore dove ci hanno insegnato a mettere gli impegni, gli eventi con l’immagine dei sassi, partendo dai più grandi, importanti per poi inserire quelli più piccoli, tra gli interstizi, lo spazio rimasto vuoto nel barattolo, urgente, prioritario, prorogabile o dilazionabile. I sassi? Ho conosciuto persone che nella gestione del tempo ricomprendevano la famiglia, le attività familiari, persino coniugali… sono quelli che… lo spiegano agli altri, esportano per così dire, il modello. La famiglia, a volte, negli interstizi. Per lavorare bene, bisogna stare bene diceva un vecchio sensale che mi avvio’ al lavoro, diciamo. – Siamo come una macchina – diceva – e la macchina deve funzionare bene, altrimenti poi si ferma. Quindi, forma fisica, allenamento, ma prima d’ogni altra cosa, la salute! Quando c’è la salute! E la salute è serenità, sul lavoro, con gli altri, in famiglia. In tutto quanto ascoltato, visto e anche messo in atto, spesso solo un fine travisato. Si perché alla domanda: – per quale fine? Guadagnare, incrementare, spalmare poi questo in termini di qualità della vita anche … sulla famiglia! Un altro collega per giustificare la scarsa quantità di tempo dedicata al figlio mi spiegava come quest’ultimo alla richiesta di spiegazioni ricevesse in risposta che quel tempo al padre serviva per guadagnare i soldini necessari per acquistare i suoi giochi, per portarlo in vacanza, per arredare la sua cameretta. Ricordo ancora la conclusione compiaciuta del collega: – Sai una cosa papà? – mi ha detto – Vai a lavorare!

Non lo vedo da tempo, spero stiano bene. Fai quel che ti piace, fallo bene, fallo per gli altri, traendone la giusta utilità, ma non dimenticare perché lo fai!

11. Il cestino

All’inizio, diversi anni fa ormai, ne ignorai la funzione e ne pagai di lì a breve le conseguenze. Il mio PC, all’inizio semplice estensione della vecchia Olivetti, andava lento, sempre più lento. Il tecnico, mi spiegò che dipendeva da tutti i documenti che avevo affastellato qua e là, files inutili e tanto altro che poteva tranquillamente essere cestinato. Col cestino appunto.

La mattina prima di cominciare sposto nel cestino: teste di cazzo, pensieri negativi, tutto quanto ritengo possa rallentare il “sistema”. I programmi lasciati aperti poi sono i peggiori. Rallentano il sistema al punto a volte di impallarlo completamente. Bisogna chiuderli. Pensieri costanti, questioni, dinamiche aperte. Chiudere, chiudere e poi all’occorrenza, cestinare.

Molte delle dinamiche aperte sono tali per inerzia, incapacità, paura, abitudine. Mi vengono in mente le vecchie signore che incontravo da bambino e che di tanto in tanto incontro ancora oggi. Dopo il protocollo di saluto e cordialità, via come un mangia-nastri, bla bla bla e bla bla bla, l’argomento? Sempre lo stesso, il marito, i figli, il lavoro, il condominio, il paese, la politica, la manutenzione delle strade, le stagioni. Ah signora mia, come la capisco. Non ci sono più le stagioni di una volta! E tutto ciò per mesi, anni, a volte per tutta la vita. Sono arrivato alla conclusione che ciascuno abbia una propria cassetta pronta all’uso e forse più di una a seconda delle occasioni, pronte per essere inserite nel mangia-nastri. Anche se ritengo questi files i meno dannosi, perché se vogliamo, d’etichetta o di forma, un modo come un altro per creare un filtro per quanto riteniamo di non poter o voler condividere, rimane il fatto che occupano spazio. Consci di questo utilizzo però, non i più preoccupanti, credo. Altri files, di esecuzione potrei dire, sono più pericolosi, veri e propri virus.

Quando, assenti ci ritroviamo a pensare con interrogativi del tipo: – E adesso? Come faccio questo? Come risolvo quell’altro? Quando sarò lì, quando ero giovane etc… La sensazione è quella di un cerchio che non riesce a chiudersi. Il dialogo interno, facendo agire un ipotetico interlocutore, può essere un buon modo per cambiare il punto di vista e provare a chiuderlo. Meglio in privato però, l’aggettivo più frequentemente usato per descrivere comportamenti di cui non si comprendono le motivazioni, soprattutto nei confronti altrui è abbastanza comune e diffuso ma conserva un accezione assai deprimente: Matt – a–e-i-o-u (anche il dialetto è compreso)

Mi vengono in mente, il potere della preghiera, la gestalt di Pearls, lo psicodramma di Moreno, una conoscente che parlava spesso da sola e che obbiettata in tal senso rispondeva pacata: – Sì, parlo da sola, mi faccio le domande, ma sono in grado anche di darmi le risposte. Per questo mi parlo. Ecco le risposte, darsi le risposte, le soluzioni, è la chiusura di quel programma che ci allontana dall’ora, dall’oggi, il presente. Una volta in possesso delle risposte spesso capita di reputare inutile archiviare anche solo temporaneamente il file, perché inutile o di scarsa importanza ora. E allora, finalmente giù nel cestino! E poi, svuota cestino. Alla funzione cestino dovremmo dedicare una mezz’ora ogni giorno come all’attività fisica.

12. Il film

Il tempo fa miracoli, vero! Negli anni ’70, ero giovanissimo, la parola furbo aveva nella cultura del periodo una quasi accezione positiva. Oggi forse l’ago della bilancia propende più verso la direzione opposta. Cosa è cambiato da allora? Il furbo è quello di un tempo, costruisce un disegno di realtà parallela con caratteristiche di coerenza a breve, un vero e proprio film dove è regista, sceneggiatore, primo attore inserisce gli altri, comparse, spalle, antagonisti, vittime designate.

I meccanismi che sottendono la costruzione di un film di questo tipo, credo, non siano lontani da quelli con i quali viene realizzato uno spot pubblicitario, una azione di vendita o peggio ancora una truffa.

Una rappresentazione breve, volta a costruire una realtà credibile al punto di confonderla per spingere ad un determinato comportamento,

Il punto debole, la quantità di informazioni di cui il destinatario di queste attenzioni dispone rispetto al contenuto del film.

Molto spesso, infatti, vista l’entità del contendere, non vengono assunte altre informazioni oltre quelle date. Tutto cambia, aumentano le difficoltà, nel momento in cui l’oggetto ha un valore importante oppure, per natura e caratteristiche, è riconducibile ad una negoziazione complessa, paroloni.

Si allunga la trama. I furbi perdono terreno, la palla passa ai coerenti, a quelli veri o … a quelli veramente furbi.

13. La fiducia

Piccolissimo facevo un sogno ricorrente. Accompagnato in cantina da mio padre all’improvviso spariva ed io gettato nel panico mi svegliavo nel cuore della notte terrorizzato. Il giorno dopo lo guardavo sospettoso anche se avevo solo sognato.

I primi giorni di scuola, avevo l’impressione di essere stato abbandonato in un paese straniero. Beh, di fatto lo era, ma non come lo percepivo io. Mi sembrava che gli altri avendo molti di loro frequentato nello stesso plesso la scuola materna, già si conoscessero, avessero già fatto gruppo e che così, con naturalezza tendessero ad escludere i “nuovi”, tra questi me.

Non mi fidavo, controllavo la mia cartella, le mie penne, il mio astuccio, puntualmente depredati, senza un fine oltre il semplice gioco, scherno.

Nel cortile del liceo, il succhio al motorino era prassi, quando anche non sparivano i pezzi, o il motorino intero.

Il compagno di classe Antonio, napoletano, “furb” come da autodichiarazione, “teneva il tappo della benzina con la chiav”, allora gliela succhiavano smontando la pedanina direttamente dal tubo che va al carburatore. E lui metteva i lucchetti pure lì. Un giorno la sfida ebbe l’epilogo pronosticato da tempo. “Je futterun o’ motoriiino”, così, disse, incazzato “cumm a pochi”.

All’università, dopo il furto del secondo scooter passai ad un vecchio catorcio, che faceva molto “ovo sodo”, alternativo, ma col quale riuscivo a seguire i corsi e chi li frequentava, ma quella è altra vicenda. I furti nella casa in montagna, l’autoradio e potrei andare avanti ancora per un bel po’. Molti si riconoscono, sono certo. Credo la fiducia nel prossimo il bene più difficile da vendere in assoluto.

Quando ho cominciato mi divertivo a mettere in difficoltà i colleghi con la stessa domanda: quante vendite in una compravendita? In che senso?

  • VENDERE LA FIDUCIA NEL VENDITORE o se stessi, anche se suona male, detto così;

  • VENDERE LA FIDUCIA NELL’AZIENDA RAPPRESENTATA;

  • VENDERE LA FIDUCIA NELLA BONTA’ DI QUANTO PROPOSTO COME RISPOSTA ALLA NECESSITA’, BISOGNO, ESIGENZA;

  • VENDERE IL BENE – SERVIZIO;

  • VENDERE IL SERVIZIO POST VENDITA;

  • VENDERE LA FIDUCIA ACCORDATA DAL CLIENTE AL SUO CLAN,AMICI, PARENTI

E così VENDERE virgola fiducia periodico, praticamente all’infinito.

14. L’ultima vendita

La morte ha una strano potere.

Quando ti passa a fianco ti dice esattamente chi sei, Sembra conoscerti da sempre. Tutto quello che ti spinge, che ti muove, che ti vuole in avanti, proteso improvvisamente si ferma e Tu rimani davanti allo specchio, fermo, ti guardi e finalmente ti vedi a figura intera.

La morte dice anche gli altri chi sei, una sorta di giudizio anticipato, il giudizio degli uomini.

Ogni volta che partecipo ad un funerale mi faccio la stessa domanda: chi ci sarà al mio? Chi verrà a darmi l’ultimo saluto? I soliti vicini di casa per forma, quelli che ti avrebbero tratto in giudizio per una perdita d’acqua o per il volume della radio e l’abbaiare del cane? I soliti chiamati all’eredità? Faccio un conto, chi verrebbe oggi al mio funerale? Una, due, tre, quattro, cinque sei, sette, otto (cane), nove, dieci, una manciata di colleghi una di conoscenti, ma in quanti cacchio verrebbero al mio funerale? E poi se capita nel periodo di festa o di ferie? La risposta è sempre pochi, pochi, pochi. Allora la domanda può essere un’altra: che facciamo noi per organizzare il nostro funerale? Il problema sta nella natura infausta dell’evento. Cioè, la nostra morte è qualcosa di talmente spaventoso e temuto, che non vogliamo pensarci, rimandandone i preparativi agli ultimi giorni, proprio come le incombenze più scomode o fastidiose. Quando ci relazioniamo a qualcuno in modo da allontanarlo da noi non pensiamo che potrebbe essere un futuro partecipante alla nostra funzione di addio, un cliente.

Guardo la persona davanti a me, verrà al mio funerale? Mi appare all’improvviso sotto una luce completamente diversa. Ricordati che devi morire….dobbiamo morire.

15. La svolta

Il cancro è il male di questo secolo.

Quando scopri di averne uno o quando un familiare ne viene colpito… all’improviso tutto cambia.

Quella visione, quelle idee, quelle credenze che fino a un minuto prima avevano costruito la tua struttura, il tuo comportamento, i tuoi atteggiamenti verso il mondo, verso Te stesso, le persone a Te vicine come d’incanto, via, spariscono.

Riscopri la precarietà del vivere, l’aleatorietà dell’essere ma soprattutto quel che veramente è importante per Te.

Nelle sale d’attesa per la chemio sguardi vuoti, rassegnati, arrabbiati, si fanno tutti la stessa domanda. Perché proprio io?

L’ottimista che infonde coraggio agli altri spera che qualcuno ne dia a Lui, e come un disco che non si stanca di ascoltare ripete agli altri e a se stesso il suo karma: puoi farcela, io posso farcela.

Ma tutti hanno in comune lo stesso atteggiamento verso la vita, sanno che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e vivono di conseguenza.

Cosa faresti se fosse l’ultimo giorno della Tua vita?

Ogni paura, ogni ipocrita convenzione, ogni resistenza probabilmente sparirebbe.

Ecco che persone con la bandana in testa passeggiano lungo la riva del mare, altri vanno a Teatro, altri fanno sesso occasionale, altri non vanno al lavoro e inseguono le persone amate, il marito, i figli, i genitori, vanno in chiesa, pregano.

Donne attempate che vestono come adolescenti, uomini che comprano auto e moto di lusso, fanno viaggi.

Tu che faresti se fosse l’ultimo giorno della Tua vita?

Tutte le paure, le esitazioni che oggi o meglio ieri ti hanno impedito di fare cose, scelte o prendere iniziative, sarebbero ancora lì con Te?

16. Auguri, auguri a tutti, buon anno!

Un augurio speciale a tutti, ma veramente tutti, per un felice anno nuovo.

Auguri agli amici, ai parenti, alle persone care.

Auguri ai colleghi, auguri a quanti credono questo lavoro una professione, a quanti ci sbarcano il lunario, a quanti pensano sia solo un negozio, a quanti sono illuminati e a quanti nel frattempo si sono spenti.

Auguri ai sensali in pensione che ogni tanto tirano a campare, auguri a tutti quelli che lo fanno quasi con la puzza sotto il naso, auguri agli amministratori, e poi agli avvocati, ai commercialisti e ai consulenti del lavoro, agli architetti e agli ingegneri, ai consulenti.0, ai portieri, ai marescialli in pensione, ai giornalai, ai macellai e ai negozi che… – stiamo qui da una vita… signora mia – ai portali immobiliari, alle banche, ai notai.

Auguri ai guru del mattone, che sotto la crisi la capra campa, auguri al sapere che sempre incanta come la magia del Natale, che si vende, anche se non c’è!

Auguri agli ottimisti e ai lungimiranti, a quelli che guardano avanti, senza mai guardarsi indietro. Auguri all’associazionismo se ce n’è bisogno, auguri a chi fa le previsioni, ma soprattutto, sopra ogni cosa, auguri ai miei clienti e anche ai vostri, visto che sono un po’ di tutti ma anche di nessuno.

Auguri a chi fa da se e fa per tre o anche quattro, per cento, per mille ma che importa, non li vedremo mai se non per prenderci via il tempo, la pazienza, la fiducia.

Auguri infine a quelli che la fiducia ce l’hanno data, un po’ come al liceo le compagne, anche senza averla meritata.

Auguri!

17. Il successo, il danaro, la bellezza

Il desiderio di successo, di potere, di danaro, sembra avere una sola meta, la bellezza. Vivere in una bella casa, possedere abiti alla moda e oggetti che ci fanno sentire bene, a nostro agio, aprire la finestra e godere di un paesaggio mozzafiato, dietro le quinte magari di una città meravigliosa. Viaggiare a piacimento, visitare città e luoghi incantevoli, apprezzarne la storia, le opere, le tradizioni, vagabondare per le stradine, spensierati, potendo cambiare idea ad ogni istante, volgere lo sguardo, lasciarsi andare ad ogni capriccio, innamorarsi di una idea o di una qualsiasi altra cosa senza correre il rischio di soffrire, disponendone o realizzandola prima ancora di sentirne il bisogno. Scegliere, scansare tutto quello che non ci piace, e comporre la nostra vita, così esattamente come la vogliamo, come il nostro salotto, il nostro armadio, ma soprattutto cercando e ricercando la bellezza attraverso ogni sua espressione, segno…

A sua immagine e somiglianza creò l’uomo

E’ delle creature l’uomo espressione di bellezza più alta, avendo ricevuto in dono la più ambita delle somiglianze.

E’ un uomo felice, pieno, quello appena creato, che ha bisogno solo dello sguardo benevolo del Padre, luce e unica fonte di bellezza.

Ma quello che succede dopo, lo disorienta, scopre cose nuove e al contempo ne dimentica altre, si allontana… dalla bellezza dell’Eden, da Dio.

Lontano, vaga incerto e confuso, ma ogni angolo del creato non fa altro che parlargli della bellezza del Padre, così in lui prende vita quella ricerca che non avrà mai fine se non nella riunificazione ultima.

E nel suo peregrinare, prova e riprova, dal suo profondo emergono residui frammenti di quella esperienza unica che era L’inizio, li elabora, li mette insieme a volte anche con risultato, ma ogni volta, al termine, per quanto proficua la sua opera, sente insoddisfatto il bisogno di ricominciare e di cercare ancora.

La bellezza di Dio, delle sue opere infatti è lungi da quella dell’uomo e per quanto questi si sforzi, le sue più mirabili creazioni, pur avendo in se i frammenti di quanto era all’Inizio, rimangono una sua elaborazione, un esercizio sapiente, frutto anche di duro lavoro e sentita ispirazione ma pur sempre umane.

L’immagine che più lo rappresenta è quella del naufrago. Quante volte in narrativa, al cinema o alla tele siamo imbattuti in una storia di naufragio.

Il primo giorno che scorre via con la faccia rivolta sulla sabbia recuperando le forze perdute durante la tempesta, poi il risveglio, la fame, la sete, i primi tentativi di procurarsi il cibo, e poi un giaciglio, un riparo per la notte. Al disorientamento e alla stanchezza iniziale subentra la tristezza, la solitudine e al contempo il desiderio di ricreare quelle condizioni che rappresentavano la normalità di tutti i giorni.

In quasi tutte queste storie, il naufrago, in modo quasi tragicomico, dopo qualche giorno comincia a ricostruire, con quello che il mare rilascia sulla spiaggia e con quanto riesce a trovare nel suo nuovo mondo il suo habitat originario. Così costruisce una capanna volendo ricreare la sua casa e così via per il resto, un giaciglio, un tavolo e nei casi più disperati o comici persino una scatola che assomiglia tanto ad una televisione.

Così a giorni in cui l’illusione regala al povero naufrago un po’ di panacea si alternano giorni in cui la piena consapevolezza lo getta nella tristezza della più profonda angoscia.

Questo dell’insoddisfazione e della miseria umane nella ricerca della bellezza.

  1. La mia città

Ricordi. I giardinetti puliti, le panchine in legno , i giochi d’alluminio, le mamme ben vestite, i bambini ordinati, pettinati con la riga, i negozi con le signore sorridenti, la commessa, il cameriere, erano mestieri, i tassinari con la multipla verde, il tetto nero, il grembiule e il cappellino con la visiera, che spostavano l’auto a spinta per risparmiare benzina e ad ogni parcheggio, una botta al parabrezza e una strizzata alla pezza esausta.

La pulizia era un dovere, un obbligo morale, ovunque e in ogni luogo come l’educazione, il rispetto, almeno nella forma.

La vecchia mendicante a Piazza della Balduina, l’unica, conosciuta da tutto il quartiere, parte integrante di una comunità, simbolo della povertà e riferimento per l’immaginario collettivo, in tempi difficili, in tempi di boom economico, quando la povertà era quasi una condizione infamante, a cui nessuno, almeno a parole, decideva di aderire spontaneamente.

Un paese contadino all’improvviso aveva scoperto la vita di città, d’ufficio, dove vestire bene significava progresso, emancipazione, evoluzione, dove l’educazione era biglietto da visita, il dialetto della provincia o del paese d’origine, qualcosa da lasciare a casa con le proprie origini, abitudini, perché faceva poco urbano, inadeguato, burino come si diceva, senza farsi sentire.

Alla domenica l’abito buono, il bagno nella vasca, la messa, la pasticceria, la giornata tutti assieme, con l’automobile che non mancava mai, in ogni foto, in ogni discorso di gita fuori porta.

Oggi cammino, mi guardo attorno, dietro, non potendo farne a meno…

Ad ogni angolo, ogni incrocio, un mendicante, ma no, non è povertà, è un nuovo lavoro, una specie di franchising, i negozi, autentici bazar senza più orari e un prodotto venduto in particolare. In ogni luogo, imperversa il simbolo di una new economy casereccia e baldanzosa, la bancarella, persino nei centri commerciali, e ovunque venditori con banchetto e borsa a tracollo, la città come un presepe vivente, ambulanti e mercanti ovunque, in cammino, mancano solo le pecorelle caricate a spalla e infine predicatori che con tanto di rivista in mano, contendono il citofono alle giovani promesse del mercato immobiliare. Tutti buoni, tolleranti, la città cambia e non va più avanti.

La sera poi tutti a casa, nei nuovi dormitori, palazzoni, quartieri disegnati per fare i plastici alle elezioni, con gli alberelli e le automobiline colorate, ma le scuole, le biblioteche, gli svincoli stradali quelli poi vedremo, nel frattempo andiamocene a dormire, dopo un bel programma alla televisione. Il centro commerciale? Non c’è problema, quello è dietro l’angolo.

Panem et circenses…

Il giorno dopo la città come ieri, i rifiuti immobili, ormai da giorni.

Incontro di rado spazzini in giro , mi viene di salutarli, quasi a ringraziarli per l’attenzione e anche un poco a dire: – ah ci siete ancora!

A quelli in divisa, ogni giorno se ne sostituiscono tanti altri in abiti civili, tanto per dire, muniti di spilloni, bastoni e altre protuberanze per tastar rifiuti, per liberarli dal loro involucro e valutarne la natura. E così un’altra differenziata all’interno del cassonetto. Carrozzine sospinte come in un film apocalittico degli anni ’90, accolgono creature di ogni genere e materiale. Ogni giorno un agente immobiliare si alza e deve correre in questa città, deve correre più veloce di tutti, tra una montagna di spazzatura e una moltitudine di uomini in cerca di un futuro che è già presente.

  1. Il social network

Ti sputtano, giuro che lo faccio su Facebook. Che tutti sappiano, che tutti vedano che razza di persona sei.

La vetrina immobiliare, è statica, attirare contatti, mi piace, condivido, ti taggo, mi interessa, partecipero’ all’evento. Sti cazzi! Non c’è il bottone, lo scrivo nel commento, no aspetta non è friendly, non è utile per il personal branding. Ti ignoro, nessun azione. Mi si nota più se commento o se non commento? Basta ho deciso, non commento, posso sempre dire di non averlo letto, ho l’alibi. Mi astengo, non c’è il bottone, non serve. I cartelli strani, le colazioni, i risotti impiattati, le foto delle gambe delle colleghe, e poi prosopopea mediatica, Tizio insieme a Caio sono stati taggati alla saga della salsiccia di Piestaffregole, Sempronio ha partecipato al Convegno Mondiale degli Agenti Immobiliari punto fiat o fiat punto. Spuntano anelli al pollice, orecchini, è un segmento di mercato, gli spot dove si baciano tutti, il nuovo comunicatore immobiliare è uno che piace, anzi deve piacere a tutti, ma soprattutto a cui debbono piacere tutti, essere tutto per non perdere nulla e non disprezzare nulla e nessuno. Posta dal Convegno Immobiliare all’Angelus del Papa, passando per le sagre contadine di paese, le strette di mano ai politici, gli abbracci ad improbabili e prosperose colleghe scollacciate e le manifestazioni per la rivendicazione dei diritti umani. Il nuovo comunicatore punto 0,1,2,3 stella è un attore, un cantante, un politico, uno che cucina bene, che posta la famiglia, la suocera, i figli il primo giorno di scuola, i suoi hobby, i suoi interessi, come nel famoso spot del noto amaro, restaura la vecchia moto che non ne voleva più sapere di mettersi in moto, poi il gozzo, la canoa, il vecchio bimotore che non voleva più saperne di volare. Ha massime, slogan e insegnamenti per tutti! Dalle perle di saggezza ai pirla di tutto un po’. Ogni giorno ti delizia, Confucio, Kant, Leopardi, Carducci, Marx e tutta la filosofia bigiata a scuola e riesumata da google, ma soprattutto il suo cane, il suo gatto, le ciabatte del vicino sul terrazzo, la nuova cravatta, la nuova macchina del caffè in ufficio, gli incarichi in esclusiva con provvigioni da usura e poi ancora, consulenze, perizie, peripezie in improbabili operazioni immobiliari. Il giorno dopo chiede nel gruppo se può consegnare la caparra e quando durante una trattativa o se la Privacy gli impedisca di portare la valigetta a casa. Poi di nuovo Confucio, volere è potere, i carboni ardenti, le scalate in montagna, la grappa dal marchio evocativo, le vacanze esclusive, e poi la vetrina del negozio, le scarpe nuove, ma soprattutto deontologia, etica e il cliente al centro … dell’ufficio, dell’attenzione, dei discorsi, del mondo…

Il nuovo Karma, connesso sempre, commentare tutto, spalmare la propria saggezza e piageria ovunque, non dimenticare nessun compleanno, avere foto da postare pronte per ogni occasione. Associazioni, piattaforme, mls, ms morbide, Marlboro, Camel con filtro e senza, stuzzichini, caffè Borghetti, bomboloni con la crema, pop corn, coppa del nonno, Fanta e Coca a volontà. Eh sì, sembrerebbe!

  1. Andamento del mercato

A metà degli anni novanta un euforia improvvisa, con un crescendo almeno per me, senza precedenti, finì per cambiare la vita degli italiani. La borsa. Tutti ne parlavano, ovunque. La mattina al bar, iniziava con l’apertura dei mercati asiatici, i primi commenti, qualche riflessione di macroeconomia, i rischi connessi, e ciascuno… con i propri strumenti, la propria lingua, in modo democratico, trasversale, faceva … la propria previsione.

Chi la notte a studiare grafici, chi l’amico di un amico, una dritta, chi col cognato in banca, chi una telefonata da un parente all’estero. Tutti però, veramente tutti, accomunati da un unico grande desiderio, la voglia di dimostrare agli altri le proprie capacità, il proprio valore, ma soprattutto… senza vergogna alcuna, l’abilità di guadagnare, almeno apparentemente, senza lavorare, facendo il verso ai grandi finanzieri. Questa almeno la credenza.

I profeti, gli antesignani di questa indole, poi smentiti, accreditati, apprezzati, venerati e riconosciuti ma pur sempre profeti. Ma chi erano costoro? Studiosi, letterati, uomini di scienza o di sapere? No spesso persone comuni, pastori, pescatori, contadini che illuminati dallo Spirito dicevano, scrivevano quando possibile, lasciavano ai posteri le loro profezie. Ecco la storia che si ripete, siamo un popolo di cantanti, inventori, artisti ma soprattutto Profeti. Ora le banche nell’immobiliare. Sarò profeta anch’io, rischiando alla peggio una smentita, in questo paese dove ormai tanto tutto può essere il contrario di tutto e ogni verità è solo frutto del singolo punto di vista dell’uomo nuovo, l’uomo al centro del mondo, dell’universo che osserva ogni cosa e se la rappresenta così come Lui la vede o la vuole, che è lo stesso. Alla smentita di alcuni potrà intervenire la smentita della smentita di altri, al singolo punto di vista potrà subentrare l’interpretazione e alla realtà finirà per essere estrapolata l’interpretazione della sua rappresentazione. Così è se vi piace.

Le banche e l’immobiliare, che succederà? A metà degli anni ottanta, il mediatore, a pochi anni dalla 39/89, legge che lo avrebbe incoronato Agente Immobiliare, svolgeva la sua attività per lo più in uffici all’interno di appartamenti, e suoi strumenti di lavoro, la macchina da scrivere, il telefono, i più fortunati i primi fax. La promozione immobiliare era affidata al passaparola, ai giornalini di cerco offro, alle rubriche immobiliari dei principali quotidiani locali. In quel periodo sbarcarono nella capitale i porta a porta dell’immobiliare. L’intuizione, anche se i più propendono per una semplice replica di modelli importati dalla grande America, era, e lo è ancora, semplice quanto efficace. Aggredire l’offerta, intercettarla anticipandone l’arrivo sul mercato. Così si narra di facoltosi imprenditori e Presidenti di grandi gruppi immobiliari, oggi, che all’epoca cominciarono ad aggirarsi per quartieri periferici della nostra città, accompagnati da improbabili ma motivatissimi aspiranti venditori cui mostravano quello che poi sarebbe diventato il loro modello operativo. La scelta dei quartieri era verosimilmente legata alla maggiore penetrabilità del tessuto di riferimento, considerata la strategia adottata.

Arrivarono così i negozi immobiliari colorati, dove all’interno, tanti giovani vestiti uguali si davano un gran da fare col telefono, andavano venivano, passavano carte e salutavano i passanti lasciando sempre la porta aperta del negozio, anche d’inverno, Ma quel che rappresentò la novità, cui forse si deve molto del successo avuto, fu la vetrina. Già, alla stregua di altri negozi, offrivano la possibilità di consultare le offerte di vendita direttamente in vetrina, su cartelli o schede create appositamente.

Il proseguo è ancora oggi sotto i nostri occhi. Molti i riconoscimenti, molte le critiche. Quella piu’ vicina forse, l’aver trasformato un attività professionale o se più comodo, un mestiere, quindi un attività personale, alla stregua di Ford e la sua catena di montaggio, in un processo impersonale di erogazione della prestazione.

Le banche hanno di più, governi che si alternano nei programmi, ma sempre amici, una banca dati già aggiornata, la leva dei mutui e tanto altro ancora. Sarà un altro colpo a quanti si ostinano a fare negozio e tanto più lo sarà per i franchising perché il modello è similare ma il brand più forte e di maggiore impatto sulle persone, i clienti. La forza dei modelli in franchising, tanti non agenti e rapporti di lavoro “sui generis”, la rete, il marchio, questa forza potrebbe presto venire vanificata. Basterebbe un intervento del Governo, uno dei tanti, per intenderci o più semplicemente l’attività delle nuove banche immobiliari che mi dicono simili ai franchising spesso anche nell’approccio al cliente. Il futuro, chi fermerà le banche? Nessuno probabilmente, nonostante le battaglie al fil di emendamento da validi esponenti di Associazioni di categoria. Già, perché il confronto, senza mancare di rispetto a nessuno, non regge. Giocare contro il banco può far felice qualcuno, ma alla fine il banco, pardon, la Banca, vince.

Oggi le Associazioni di categoria puntano, legittimamente aggiungo, sulle regole che disciplinano la professione, la tutela dei consumatori, consapevoli loro prime, che molte di queste battaglie spesso non vanno oltre l’autoreferenzialità.

Già, perché mentre tutte intente a segnalare i fuori gioco delle banche, gli interventi a gamba tesa e i falli di mano, di contro, il Banco, la Banca, cambia gioco, cambia le regole, e tutto ricomincia. Fate il Vostro gioco, Signori!

Il futuro, questo sconosciuto, la visione…eccola!

Oggi molte Associazioni contano adesioni, almeno sulla carta, che in termini di punti vendita e diffusione sul territorio fanno ancora tremare i numeri delle reti in franchising degli anni d’oro dell’ultima bolla immobiliare, come la chiamavano i politici, gli stessi che oggi brindano alla ripresa del mercato immobiliare. E allora? Allora niente un insieme più o meno ordinato di punti ciascuno con i propri clienti, il proprio orticello e niente più. Non è vero, alcuni si stanno organizzando e le micro-reti ne sono una dimostrazione, ma sono tante, e ognuno ha una propria idea, un proprio metodo, una propria storia da raccontare e da proporre, giusto così, forse, la sovrapposizione è un dato. Alcuni colleghi sono iscritti a più di una Associazione, sono presenti su più di un portale, aderiscono a più di un gruppo di condivisione, come a dire, prendiamo un po’ di tutto, vediamo cosa funziona meglio, tiriamo avanti.

Il sogno, una realtà unica, un solo unico grande corpus. Il come, sarà importante? Vedremo. Sì perché il fenomeno ormai è in atto e la rete, il web giocherà un ruolo importante, fondamentale e sarà veloce, molto veloce. Continuo a pensare ad una grande Spa, qualcosa vorrà pur dire.

23. Equo

Nella vita di ognuno, prima o poi, arriva il fatidico giorno. Prendere posizione, entrare nel merito, dire cosa pensi,chi sei.

Fino ad allora tutto scorre liscio, la neutralità, nella sua banale e scontata vigliaccheria, è tranquillizzante, per chi la pratica, ma anche e soprattutto per chi la riceve.

I vantaggi, indiscussi. Chi non si pronuncia, passa inosservato e quel che è più importante, non da fastidio a nessuno … è politicamente corretto, diremmo oggi. Senza contare poi il beneficio del dubbio. Capoccia che non parla se chiama cucuzza – recita un adagio romano – come a dire chi parla poco, non dice, spesso può non avere gli strumenti per farlo, quindi ancora più tranquillizzante per chi, nella parola confida quale fine strumento di vantaggio.

Ad ogni arricchimento, in mancanza di uno scambio equo, un impoverimento.

Molte delle nuove professioni, comprese quelle poco intellettuali, da strumento per un esistenza dignitosa sono diventate mezzo di arricchimento.

Penso a quando l’Amministratore di Condominio era solo una persona che godeva della fiducia degli altri condomini e sapeva o poteva per via del tempo, meglio degli altri, fare di conto e curare le cose comuni. Spesso era un condomino, che lo faceva a titolo gratuito quando non recuperava qualche spesa per la cancelleria.

E il mediatore, l’Agente immobiliare? Il primo mediatore, il primo sensale che ho conosciuto era un poliziotto in pensione. A lui si rivolgevano per le macchine agricole, per le auto, i camion, le case e le moto d’epoca. Ero ragazzo, ci misi un po’ a capire come funzionavano le cose ma una volta giunti al fatidico “affare fatto” con tanto di stretta di mano, senza esitare, prima ancora che le mie lasciassero quelle del proprietario del vecchio catorcio, l’ingombrante faccione con i baffi di Cavour e le scarpe che scoppiavano di piedi, mise le sue manone sopra le nostre e soddisfatto ripetè con enfasi il suggello: affare fatto!

Poi preso in disparte mio padre gli disse quasi sottovoce: – A lui prendo qualcosa, per Te va bene il pranzo! 500.000 mila lire la vecchia moto, più un pranzo a base di doppie porzioni in una trattoria lì vicino, in una sala ricavata da un fienile, località Prima Porta, quando l’amore di un padre.

I mestieri hanno imboccato la spirale della nomenclatura e all’edulcorazione linguistica ha seguito quella tariffaria.

E’ un non senso che un amministratore di condominio, un Agente Immobiliare debbano percepire tali compensi diretti o indiretti che siano, per lo svolgiimento della loro attività. Parlo di queste perché conosco meglio, ma credo che anche altri mestieri non siano esenti da simili valutazioni. Quando penso al primo, mi vengono in mente la diligenza del buon padre di famiglia, colui che cura gli interessi altrui come fossero i propri, che ricerca le migliori soluzioni sul mercato nell’interesse di quanti gli hanno conferito mandato, coniugando il giusto rapporto tra qualità e prezzo dei servizi e beni acquistati, penso al mandato con rappresentanza, al dovere di lealtà e correttezza. Penso a tutte queste belle cose poi all’improvviso una scena come un ologramma si fa avanti. E’ il Marchese del Grillo di Monicelli, Gasperino il carbonaro, già nei panni del Marchese nel noto scherzo, fa due conti con l’Amministratore dei beni di famiglia e scoprendone gli altarini riceve in obiezione dal sudaticcio contabile, che già il di lui padre e prima ancora il nonno avevano curato i beni e gli interessi della nobile famiglia. La chiosa, memorabile: – Eh se vede che sei ladro Tu, tu padre e tu nonno! – ribatte Gasperino nei panni del Marchese.

Quando quattordicenne andavo a trovare mia nonna, Lei e mia zia vivevano insieme in una casa in affitto, in un quartiere che oggi definiremmo centrale, un ingresso, salone, una camera, un ripostiglio, un bagno e una cucina abitabile. La pensione di anzianità della nonna, qualche lavoretto di sartoria, permetteva loro una vita dignitosa, modesta ma dignitosa. Oggi il prelievo sulla casa parte dall’Imu, passa per la tassa dei rifiuti, il canone Rai, le bollette per le utenze fino ad arrivare alle tanto odiate spese condominiali.

Ognuno di questi spesso inutili balzelli è il risultato della spirale, in cui si sta avvolgendo il paese, la politica, il lavoro, le famiglie, i valori, la società, una spirale di inefficienza, incapacità, cattiva fede.

Credo anche per gli agenti immobiliari necessario un tariffario di riferimento come per i Notai, gli avvocati e molti altri già.

Un tariffario che tenga conto del valore della compravendita, delle spese effettivamente sostenute per lo svolgimento dell’incarico e delle attività svolte per promuoverne la conclusione. Probabilmente verrebbe meno il costante clima di sfiducia dei clienti nei nostri confronti, e probabilmente anche la tendenza da parte di molti ad approcciarsi alla provvigione con lo stile “work in progress”. Ho conosciuto clienti che hanno trattato la provvigione fino alla firma dell’assegno, ed ogni volta con lo spirito del primo appuntamento. Molti i fattori che hanno influenzato il lievitare dei compensi di mediazione. Alcuni clienti dopo aver interpellato questi colleghi ad alto valore aggiunto, si sono convertiti al teorema dei “costi di struttura”. E difatti una impennata alle quotazioni dei compensi di mediazione è arrivata di pari passo con lo sviluppo delle cosiddette realtà strutturate. La trasformazione di una attività personale in una impersonale, attraverso la suddivisione dei compiti e delle attività, ha favorito la realizzazione di una vera e propria catena di montaggio. Sono nate così figure intermedie nel processo produttivo immobiliare, con ruoli specialistici per singole attività o segmenti di attività. L’agenzia immobiliare, con titolare e segretaria ha via via lasciato spazio alle nuove realtà seguendo il percorso tracciato dalle case automobilistiche del secolo scorso. Sono nati nuovi profili per così dire professionali: la figura del telemarketer e/o acquisitore telefonico, è la persona che contatta potenziali clienti col solo obbiettivo di fissare un appuntamento o meglio … una visita da parte di un nostro consulente… come recita lo script, il foglio di carta che preparato accanto al telefono, con una struttura di risposte multiple consente di avere sempre una argomentazione da spendere a seconda delle obiezioni del cliente e … andare in chiusura. Il consulente: o meglio un acquisitore in gergo tecnico, il cui obiettivo è unicamente quello di creare un percorso affinchè il cliente metta la benedetta firma sull’incarico. Anche lui si ferma lì, talvolta anche se in grado di occuparsi di altro o abilitato alla mediazione. Il ribassista, figura controversa, che però ha il compito di riportare a più miti consigli,le roboanti aspettative di proprietari caduti sotto le grinfie di imbonitori che hanno raggiunto l’obiettivo a caro prezzo.

La segretaria, poi il venditore e qualche volta, anche l’agente immobiliare, ecco, l’agente immobiliare, appunto. All’inizio i vecchi mediatori snobbavano le realtà strutturate: – uno apre la porta, l’altra saluta, un altro ti invita a sedere offrendoti una caramella, uno scrive l’altro legge – dicevano, e a volte anche peggio. Sono una realtà, anche ben consolidata. Il progresso, se possiamo definirlo tale non si può arrestare, il progresso no, non si può!

24. Il telefono

I primi telefoni cellulari avevano qualcosa di magico.

Tutti cominciammo a cercare dei buoni motivi per giustificare una spesa, che soprattutto inizialmente aveva i connotati superflui del lusso. – Con il lavoro che faccio è utilissimo, vuoi mettere? Essere raggiungibile dal cliente, sempre. – era una delle frasi più comuni.

I primi telefoni, avevano, ancora in lire, costi veramente proibitivi, almeno per i comuni mortali, ma niente, il progresso, nonostante tutto, fu inarrestabile. Tutti improvvisamente prendemmo consapevolezza che questo oggetto magico era indispensabile .Chi ne era sprovvisto si divideva tra chi lo snobbava ritenendolo un ulteriore avamposto consumistico di relativa utilità e chi invece faceva di tutto per giustificarne l’acquisto, in azienda, in famiglia, con gli amici. Ricordo una simpatica serata con amici dove la moglie, commentava in modo apparentemente scherzoso il recente acquisto da parte del marito di un telefono portatile, subdorando in ciò le intenzioni di una vita parallela. Amore – replicava lui – ma così puoi chiamarmi in qualsiasi momento, anche quando sto facendo tardi. Gli sguardi presero consistenza.

I primi dunque erano costosissimi e costosissimo ne era il relativo traffico. In alcune aziende, in alcuni uffici, chiamare numerazioni portatili era categoricamente proibito.

In molti casi, veniva esibito come simbolo di uno status particolare, una professione, un attività o un ruolo che comportavano l’ esigenza della reperibilità, sempre, ovunque. Ci fu poi un periodo in cui presero piede delle buffe custodie che consentivano l’ancoraggio alla cintura dei pantaloni dei maschietti, così che a volte, ti ritrovavi in un locale pubblico, alla posta, in banca in un ufficio qualsiasi e in attesa del tuo turno scoprivi, come in un saloon, di essere circondato da una banda di pistoleri.

Oggi è possibile acquistare un telefono con pochi euro.

25. Oggi

Mi alzo senza fare rumore, le metto una mano su un fianco quasi carezzandola, la spengo prima che inizi a suonare.

Guardo fuori, il tempo sembra buono, la guardo per un momento prima di chiudermi dietro la porta per non svegliarla, ha la stessa faccia buffa a strapiombo nel cuscino di ormai tanti anni fa, una vita scorre veloce fino alla porta della cucina. Preparo il caffè, metto la piccolina da uno sul fuoco e torno nelle camere da letto. Dietro la porta chiusa dorme l’altra faccia buffa, mi affaccio, va bene va bene, altri 20 minuti. Il ferro da stiro è gia caldo e la camicia bianca è lì che aspetta.

Non faccio tempo a terminare con la camicia che il profumo dalla cucina è lì che chiama. Un caffè nero mi riporta a nuova vita, poi la doccia e il rito della barba, il pennello, il sapone nella vaschetta lasciato a decantare dopo l’emulsione, il vecchio rasoio. L’acqua velva a benedire il tutto. Il vestito, le scarpe appena lucidate e poi la corsa per accompagnarla a scuola. Una visita al vecchio Principale e sono le nove. La giornata ha inizio. Vado all’appuntamento, lo incontro prendiamo un caffè, parliamo di tutto fuorchè la casa che vuole vendere, ci conosciamo da sempre, i ricordi, qualche accenno a chi non c’è più e a quelli che ci sono ancora, com’eravamo. Lo saluto – ah sì la casa, la prossima settimana cominciamo, il prezzo e tutto il resto lo sai gia, ci vediamo.

Mentre torno in macchina penso a chi proporla, è una bella casa, mi viene già in mente qualcuno.

Penso a quanto marketing nelle scarpe, poi penso a mio padre, era artigiano e la sua falegnameria la sua figlia femmina. Le persone si rivolgevano a lui perché serio, affidabile capace e forte di un mestiere che aveva imparato giovanissimo.

Ritiro una proposta, della casa si parla poco, più delle persone che l’hanno vissuta, l’Acquirente sembra entrare nella loro storia, raccogliere quel testimone, e voler cominciare un nuovo cammino, proprio da lì, dove per loro finisce.

Torno a casa, soddisfatto guardo negli occhi mia figlia che mi sorride e mi chiede: – come è andata papà? Mia moglie per un momento mi guarda curiosa. Bene – rispondo – ma ora parlami di Te.

Marco Rossi

Nasce a Roma, classe ’69. Giovanissimo si innamora delle moto inglesi anni ‘70, appassionato di filosofia, psicologia, musica classica e opera lirica, arriva poco più che ventenne al marketing sviluppando interesse per il mercato finanziario prima e immobiliare poi.

Agente immobiliare, Promotore finanziario, ha lavorato nelle principali aziende del franchising immobiliare prima di avventurarsi nel 2008 con l’Agenzia Immobiliare che porta il suo nome.

-Mi piacciono i negozi di quando ero bambino, prima della diffusione delle società di capitali di massa, quando sull’insegna della pasticceria trovavi nome e cognome del titolare – ripete a quelli che lo conoscono.

E’ sposato da sempre con Annamaria dalla quale ha avuto due figli, Filippo e Benedetta.

Ha a cuore i diversamente abili e quanti versano in stato di difficoltà e bisogno. Confida nel giorno in cui saranno gli unici veri Protagonisti.

imm

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Lug
20
2016
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il vecchio Claude e George

il vecchio Claude e George

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Lug
15
2016
-

Girotondo intorno al mondo

https://www.youtube.com/watch?v=5-wkjTI8RUM

Girotondo intorno al mondo (1966)

Se tutte le ragazze, le ragazze del mondo
si dessero la mano, si dessero la mano
allora ci sarebbe un girotondo
intorno al mondo, intorno al mondo.

E se tutti i ragazzi, i ragazzi del mondo,
volessero una volta diventare marinai,
allora si farebbe un grande ponte
con tante barche, intorno al mare.

Se tutta la gente si desse la mano
se il mondo, veramente, si desse una mano
allora si farebbe un girotondo
intorno al mondo, intorno al mondo.

 

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Lug
05
2016
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Curiosità romane

sNà vorta i sampietrini se movevano  tra i cornicioni der  cuppolone e accennevano tutti i ceri pe le ricorenze.

Poi se c’ai a vista bbona,guarda doppo la piazza de San Pietro, ancora nun ce stava Via della Conciliazione.

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Giu
27
2016
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Ciao Bud

bud

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Giu
24
2016
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BREXIT

Quali saranno le conseguenze del risultato del Brexit ?

‪#‎hellone‬

‪#‎hellone‬

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Giu
21
2016
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Monsieur Claude

Monsieur Claude

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Giu
14
2016
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Mi scusi, da quale parte?

costantino.jpg-large

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Giu
14
2016
-
Giu
13
2016
-
Giu
11
2016
-

Anche a me piacerebbe…

Anche a me piacerebbe vedere le Olimpiadi nella mia città una volta nella vita ma vi assicuro che mi piacerebbe molto di più che veder funzionare gli autobus, mi piacerebbe il potenziamento della metropolitana e delle ferrovie di superficie, mi piacerebbe che si chiudano le migliaia di buche e che si riasfaltino le strade con lavori fatti a regola e non mafiosi, mi piacerebbe vedere risistemati i marciapiedi e aumentati i servizi e gli aiuti ai disabili (sempre sottoposti a tagli), ai bisognosi, contrastare la criminalità
Mi piacerebbe vedere le varie aziende comunali non più in deficit.
Ecco, lo sapevo ,sto’  diventato vintage (vecchio mai)q
Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Giu
02
2016
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2 giugno Buon compleanno ITALIA

ITALIA

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Giu
02
2016
-
Mag
28
2016
-
Mag
19
2016
-

Roma sparita

borgoLa spina di Borgo ovvero Borgo Antico , ora Via della Conciliazione

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Mag
10
2016
-
Mag
10
2016
-

9 dicembre 1900

Il Tevere esonda il 9 dicembre 1900 e sommerge il Pantheon 9 dicembre 1900

 

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |
Mag
05
2016
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Elezioni amministrative 2016

Tariffario , valido nella sola capitale, per le elezioni amministrative 2016:

Assessore municipio € 2.500,00
Sindaco municipale € 3.000,00
Assessore al comune € 4.000,00
Sindaco € 5.000,00

P.S.
Si prendono in esame anche più candidati, al maggior offerente andrà il voto,

Stavolta ho deciso di guadagnare qualcosa anche io con i politici e fino a quando ci saranno in Italia politici o anche ex politici che prendono un vitalizio senza lavorare ,non cambio idea.

Written by monsieurclaude in: Monsieur Claude |

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